Ricordo di mio padre - VITO VACCARO

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Ricordo di mio padre

di Gioietta Vaccaro



“Papà sono stanca”
“Ancora un momento”
Per non muovermi guardo con la coda dell’occhio mio padre davanti al cavalletto: tavolozza nella mano destra, la sinistra tesa verso di me con il pennello tra le dita e il pollice alzato per prendere misure, socchiudendo un occhio.
Sono stanca di fare da modella.
“Papà devo andare in bagno.”
“Vai.”
Salto dallo sgabello ed esco per rientrare subito nell’immenso studio.
Mio padre è ancora al lavoro e non parla, così io mi perdo ad osservare brocche di pennelli, tele, fogli, libri, vasi, tazze, tubetti di colori e rustiche mensole traboccanti di oggetti più svariati.
La luce entra dalle grandi finestre protette da inferriate, creando giochi di ombre sulle statue di gesso sparse nello studio e sui trespoli ricoperti da drappi umidi sotto i quali si cela la plastilina in lavorazione.
Mi piace questo mondo, come mi piace quando io e mio padre andiamo al Monumentale e camminiamo mano nella mano per i viali: ci  fermiamo ad osservare i monumenti e…
...ci perdiamo tra le forme.

Spesso in vacanza  lo accompagno a dipingere.
Seduto su uno gabellino pieghevole con la cassetta dei colori sulle ginocchia e la tavolozza in mano, intinge con gesti quasi sacrali il pennello nelle paste colorate per poi farli scivolare sull’assicella.
In silenzio osservo i movimenti del suo capo che si solleva a guardare il paesaggio, poi si china sulla tavolozza e in fine si alza verso l’assicella. Tre movimenti continui: un triangolo magico che genera pennellate decise che danno vita a un quadro.
Così ricordo mio padre.

 
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