VITO VACCARO

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La poesia del vero
di Marina Arensi

C’è il fascino di un ritorno nella mostra che riporta a Busto Arsizio la pittura e la scultura di Vito Vaccaro
e il senso di una riflessione lungo il filo che congiunge due epoche: quasi novant’anni sono trascorsi da quando l’artista si presentò alla città negli spazi della Società Storia e Arte con sculture e disegni che gli valsero lusinghiere recensioni nelle cronache dell’epoca.  
Era il 1930, e Vaccaro riversava nella modellazione delle figure l’impronta realista di ispirazione postromantica assorbita dagli insegnamenti di Mario Rutelli, tra gli scultori italiani di rilievo tra Ottocento e Novecento, all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Un decennio era passato da quando, intorno al 1920, Vaccaro aveva lasciato il capoluogo siciliano per proseguire la sua vicenda a Milano, la città che aveva vissuto i fermenti del cambiamento conseguenti alla rivoluzione delle avanguardie.
A Busto, Vaccaro espone le piccole sculture componenti la parte più significativa della sua produzione plastica, estesa nel prosieguo anche alla statuaria cimiteriale e commemorativa. Ed è nelle scene e nelle figure dei bozzetti che si può leggere la cifra più autentica della sua personalità di scultore: la memoria della tradizione tardo ottocentesca trasposta con sguardo sostenuto dalla solida padronanza tecnica, capace di posarsi sulle immagini di un mondo intimo e quotidiano.
Nella dimensione descrittiva mai appesantita dal compiacimento retorico, dettagli di precisione naturalistica dialogano nel modellato con brani più riassuntivi, o mossi dalla luce nella movimentazione della materia.
Nell’ambiente meneghino Vaccaro matura la scelta della pittura che diverrà il suo primario ambito di espressione fino alla fine del percorso.
Nel 1933, l’anno della sua seconda personale a Busto Arsizio, sono i dipinti a raccontare come lo stesso mondo tematico della scultura sia diventato l’oggetto di una indagine intorno al colore e alla composizione: figure, interni, scene ambientate, con l’aggiunta delle nature morte e dei paesaggi; in primis quelli della Milano dove, dagli studi di largo Treves e poi di via Paolo Sarpi, il pittore vede mutare il panorama dell’arte, perseverando però nella fedeltà al credo che più pienamente sentiva in sintonia con la sua sensibilità.
Caldi impasti fragranti creano le atmosfere di colore vaporoso dove oggetti, personaggi e luoghi vivono la poesia del quotidiano, nel segno di una unità di stile che rielabora ricordi del passato; ma con sincero e personale linguaggio, costruito nel tempo con onesta coscienza di artista.

 
 
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